Di certo Paolo avrebbe preferito essere ricordato per aver portato
la Saatchi al successo, per aver costruito la prima agenzia a Roma, per essere stato l’ispiratore del manifesto più lungo del mondo o per essere stato a capo dell’agenzia con il record di crescita più elevato del network.
Per noi che lavoravamo con lui, però, è più forte il ricordo del clima che è riuscito ad instaurare in ufficio, della sua umanità e di certi suoi inconfondibili tratti. La sua notoria incapacità di ricordare correttamente il nome di un cliente o di un interlocutore dava adito ad una serie di infinite e divertentissime gag.Questa sua apparente vaghezza non trovava riscontro nel modo in cui entrava in relazione con le persone. Era in grado immediatamente di capire i punti di forza e di debolezza di chi aveva di fronte e sapeva sintonizzarsi con tutti in maniera diversa.Aveva un rapporto totale con il lavoro, era riuscito a fondere in modo estremamente naturale le sue due famiglie: quella vera e quella dell’Agenzia.Annette, Andrea, Lorenzo, Francesca, non sono mai stati la moglie e i figli del capo, ma per tutti degli amici sempre aperti e ospitali.
Paolo era un tenace professionista, con una resistenza alla fatica (e al ballo nelle feste di Natale di Agenzia) fuori dalla norma, un perfezionista, poteva scrivere e riscrivere un discorso o una lettera mille volte, era infallibile nel trovare errori di battitura nelle presentazioni.Aveva raggiunto una serie ambita di successi personali e professionali, li sapeva celebrare con gioia, ma per un tempo brevissimo, c’era sempre una nuova sfida alla porta. Era la personificazione del motto d’agenzia: Niente è Impossibile.Sapeva raccontare storie come nessun altro, si dava alla gente, e rimaneva malissimo quando veniva tradito o deluso.Personalmente credo di non aver mai litigato tanto con una persona come con lui. Ho sempre sostenuto che più che imparare ad andare d’accordo negli anni avevamo imparato a litigare.Diceva a tutti che mi aveva assunto perché sono napoletano, lo diceva scherzando, ma io so che in fondo era la verità. C’era un che di familiare nel nostro rapporto forse perché Paolo era nato nello stesso giorno di mio padre 20 anni dopo e con lui condivideva dei tratti di un carattere che conosco bene.La prima volta che per un lapsus lo chiamai “papà” fu molti anni fa a Spoleto. Quando lo dissi ad Annette lei mi rispose: “Non preoccuparti a me a volte mi chiama Jean Pierre” che allora era il capo dell’agenzia.Come a molti dei 250 colleghi della S&S e a quelli che sono passati negli anni, mi ha insegnato a lavorare e a presentare. Le presentazioni erano la sua ossessione.Non tollerava che qualcuno leggesse gli appunti mentre presentava.E quando tornerò al mio posto sentirò la sua voce che dirà: “Bravo, ma hai letto!”
Ti vogliamo bene, Paolo,





